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L’Etruria antica consisteva di una lega, cioè di una libera confederazione religiosa di dodici città, nella quale ciascuna abbracciava alcune miglia del territorio circostante, cosicché possiamo dire che ci fossero dodici stati, o dodici città-stato, la famosa dodecapolis del mondo antico, che i Latini chiamavano i duodecim populi Etruriae. Di queste dodici città stato, Tarquinia, ritenuta la più antica, era quella ègemone. Un’altra città era Caere e, non molto lontano, verso nord, Vulci. Vulci, talora detta anche Volci, Vulcia e Pian di Voce, non è più una città, ma ormai solo un campo per la caccia al tesoro nelle tombe etrusche.
L’antica città decadde con l’Impero Romano, e cessò di esistere del tutto per via della malaria  che aveva cominciato a riempire di morte la regione, o forse, come sostiene il Ducati, fu distrutta dai saraceni. Sia come sia, lì ormai non vive più nessuno.
Mi ero informato con il ragazzo tedesco dei paesi etruschi lungo la costa – Vulci, Vetulonia, Populonia. La sua risposta era stata sempre la stessa: “Niente! Niente! Là non c’è più niente!”.
Ma avevamo già deciso di andare comunque a vedere Vulci, appena a una ventina di chilometri a nord di Tarquinia. Prendemmo il treno, una sola fermata, fino a Montalto di Castro, piccola città su una collina appena nell’entroterra. Era ancora mattina abbastanza presto, di sabato, ma la cittadina, o meglio il paesino sul colle, era molto silenzioso e tranquillo, come mezzo morto. Scendemmo dall’autobus, in una piazzetta in terra di nessuno: il paese non ha un centro vero e proprio. Ma c’era un bar. Così entrammo, ordinammo un caffè, e domandammo dove potevamo trovare un qualche mezzo che ci portasse a Vulci.
L’uomo nel baretto era lento e giallastro, con il sorriso tardo dei contadini. Sembrava che non avesse la minima energia, e ci lanciava delle occhiate letargiche. Probabilmente la malaria l’aveva corroso fino all’osso – anche se in quel momento doveva essere sfebbrato. Disse se davvero volevano andare al ponte, proprio al ponte? Io dissi di sì, al Ponte dell’Abbadia, perché sapevo che Vulci è vicino al famoso ponte presso un vecchio monastero. Gli chiesi dove avremmo potuto trovare un calesse per portarci fin là, ma rispose che era “difficile”. Allora, dissi, potremmo andare a piedi, sono solo cinque miglia, otto chilometri. “Otto chilometri” fece lui, con la voce lenta e laconica della malaria, e un bagliore di ironia negli occhi neri, “Sono almeno dodici!”.
“La guida dice otto” insistetti testardo. Cercano sempre di raddoppiare le distanze, quando si tratta di noleggiare un calesse. Mi guardò lentamente, “Dodici!” disse. “E allora ci vuole un mezzo” feci io. “E comunque non trovereste la strada” disse ancora lui. “Ma un carretto si trova?”. Non lo sapeva. Uno ce n’era, ma quella mattina era andato non si sa dove, e sarebbe tornato solo alle due o alle tre del pomeriggio. La solita storia.
Possibile che non ci fosse un calesse, un barroccino, un carretto?, insistevo io. Quello scuoteva lentamente la testa, ma io continuavo a insistere, fissandolo bene negli occhi, come se bisognasse per forza far apparire un qualche mezzo. Alla fine andò fuori a vedere. Ritornò dopo un pò scuotendo la testa, disse qualcosa alla moglie, e uscì di nuovo per altri dieci minuti buoni.
Un giovane panettiere infarinato, un ometto che sprizzava energia come spesso gli italiani di bassa statura, entrò nel bar e chiese da bere. Si sedette un attimo col bicchiere, guardandoci di sottecchi, con la faccia tutta bianca di farina. Poi si alzò in piedi e se ne andò. Dopo un attimo ritornò l’uomo del bar, avvertendoci che forse il carretto si era trovato. Chiesi dov’era, e ci disse che il barrocciaio veniva subito.
Per arrivare al ponte ci volevano, a quanto pareva, almeno due ore – quindi la gita sarebbe durata circa sei ore. Dovevamo portarci dietro da mangiare – là non c’era niente. Un giovanottino sparuto, dall’aria smunta, fece la sua comparsa sulla porta: anche lui con la malaria! Era quello del carretto. “Quanto?”. “Settanta lire”. “Troppo!” dissi io “Veramente troppo. Cinquanta o niente. Cinquanta, prendere o lasciare”. Il giovanotto mi guardò assente. L’uomo del bar, sempre con il suo sottile sorrisetto sardonico, disse al ragazzo di andare a domandare. Il giovane andò e lo aspettammo. Poi tornò, per dire che andava bene. Fatto! “Quanto ci vuole?”. “Subito!”. Subito vorrebbe dire immediatamente, ma è sempre meglio essere precisi. “Dieci minuti?” dissi”Magari venti”, fece il ragazzo. “Meglio dire venti” disse quello del bar, che era in fondo un tipo onesto, non sgradevole con quella sua aria laconica.
Andammo a comprare un pò da mangiare, accompagnati da quello del bar. Le botteghe del paese erano appena dei bugigattoli. Davanti al forno un carro veniva caricato di pane da un ragazzo e da quel panettiere con l’ argento vivo addosso. Dentro il negozio, domandammo un filone di pane, alcune fette di salame e del formaggio. Formaggio non ce n’era ma lo sarebbero andati a prendere. Aspettammo un tempo infinito. Dissi a quello del bar, che aspettava fuori pieno d’interesse: “Ma il calesse non sarà pronto?”: Si girò per indicare la cavallina alta e nervosa attaccata alle stanghe del carro del pane. “Il cavallo che vi deve portare è quello. Appena il pane è consegnato, l’attaccano al calesse e quel ragazzo viene con voi”. Non c’era niente da fare tranne aver pazienza, perché la cavallina e il garzone del fornaio erano la nostra sola speranza. Finalmente arrivò il formaggio. Girellammo un pò in cerca di arance. Ne vedemmo alcune esposte su una bassa banchetta al lato della strada ma a Brewster, che si stava innervosendo, non piacevano. Allora attraversammo la strada per andare in una minuscola bottega dove c’era una donna con delle arance. Erano molto piccole e Brewster, spazientito, non le voleva, ma la donna insisté che erano dolci, come mele, e piene di succo. Ne comprammo quattro, e io mi comprai anche un finocchio per insalata. Aveva ragione lei: le arance erano squisite, e quando poi le mangiammo avremmo voluto averne dieci.
Tutto sommato penso che la gente di Montalto sia onesta e simpatica, ma per lo più lenta e taciturna. Dev’ essere uno degli effetti della malaria. Quello del bar ci chiese se ci saremmo fermati per la notte. Ma allora c’era un albergo? Disse: “Oh, sì, parecchi!”. Domandai dove, e indicò su per il Corso. “Ma” chiesi “che cosa ci fate qui con tutti questi alberghi?”. “Sono per i sensali che vengono a comprare prodotti agricoli” disse. “Montalto è il centro di una grande zona agricola, e vengono molti grossisti, moltissimi!”. Comunque decisi che se fosse stato possibile saremmo ripartiti la sera stessa. Niente ci tratteneva a Montalto.
Finalmente il carretto fu pronto: era un comodo calessino a due ruote, con le stanghe piuttosto basse. Ci sedemmo dietro alla cavalla scura e lucente e il garzone del fornaio, Luigi, che certamente non si era lavato la faccia da alcuni giorni, diede il segnale di partenza. Era torturato, quasi inebetito dalla timidezza.
Subito ci lasciammo il paese alle spalle. La terra verde con le scure losanghe dei plumbei oliveti digrada verso la linea ferroviaria che corre parallela alla costa insieme all’antica via Aurelia. Oltre alla ferrovia c’è una piatta striscia costiera e la biancastra vacuità della sponda del mare. Dà un gran senso di vuoto, il mare, laggiù.
La cavallina nera e smilza protende il collo in avanti e trotta veloce. Ma quasi subito lasciamo la strada e ci ritroviamo su un largo tratturo sterrato in argilla quasi rosa tutta scavata dai solchi delle ruote. A tratti il pantano è ancora profondo e l’acqua ristagna in certe pozzanghere stracolme di fango. Ma per fortuna è una settimana che non piove, così la strada è percorribile, quasi tutti i solchi sono asciutti e la pista, larga come una strada del deserto e senza margini non è difficile ma solo piena di buche. A ogni scatto della nostra cavallina impaziente, lanciata al trotto, corriamo il rischio di romperci l’osso del collo. Il garzone, ora che ha preso mano con le redini, sta vincendo la timidezza, e si rivela schietto e cordiale. Gli dico: “Meno male che la strada è asciutta!”. “Se era quindici giorni fa” dice lui “non si passava”. Ma nel tardo pomeriggio. tornando per la stessa strada, quando gli dissi: “Col brutto tempo e il bagnato, per di qua avremmo dovuto montare in sella”, lui rispose “Si passa anche col carretto”. “Sempre?” gli chiesi. “Sempre” ribatté. Era fatto proprio così: la possibilità o l’impossibilità delle cose dipendevano solo dalla sua disposizione di spirito.

Eravamo nella Maremma, la vasta pianura costiera che è rimasta per secoli acquitrinosa, una delle regioni più abbandonate e selvagge d’Italia. Durante il dominio etrusco, a quanto pare, era una pianura immensamente fertile: sembra che gli Etruschi fossero bravissimi ingegneri idraulici e che avessero prosciugato il territorio fino a farlo diventare, con i loro sistemi di coltura intensiva, un mare ondeggiante di messi. Sotto i Romani tuttavia, tutto il complicato sistema di canali e di chiuse cadde in disuso e a poco a poco i corsi d’acqua scaricarono in mare tutto il fango accumulato, soffocando gli estuari, per poi straripare nei campi, trasformandoli in acquitrini e in vaste e basse paludi d’acqua stagnante. Là le zanzare si moltiplicavano come un vero flagello, a milioni in una calda giornata di Maggio. Con le zanzare arrivò la malaria, detta a quei tempi “febbre di padule”. Già nell’ultima età di Roma questo flagello si era abbattuto sulle pianure etrusche e sulla campagna romana. Poi, a quanto pare, la terra si innalzò di livello, la striscia costiera divenne più ampia ma ancora più incavata che in passato, e le paludi divennero mortali. La vita degli uomini fu distrutta o si ritrasse, sopravvivendo a malapena qua e là.
Al tempo degli Etruschi, senza alcun dubbio, larghi tratti di questa costa erano ancora coperti dalla pineta, come lo sono tuttora le pendici dei monti che si levano ad alcune miglia nell’entroterra e le pianure costiere più a nord. La bella pineta, cioè la foresta aperta e rada di pini marittimi, si estendeva un tempo in tutte le direzioni, con eriche e alti corbezzoli che coprivano il terreno, una brughiera senza fine di cespugli di corbezzolo e ginestra, da cui si levavano, uno ad uno, i tronchi rossastri dei pini.
Le pinete che sono un pò più a nord sono tuttora incantevoli, così piene d’ombra e di silenzio sotto i grandi ombrelloni dei pini. Ma il pino non riesce a sopportare il terreno fradicio. Così, quando si estesero le paludi e gli acquitrini, gli alberi dell’era etrusca caddero per sempre e apparvero ampie distese brulle coperte da una bassa giungla quasi impenetrabile di rovi, macchie e canneti, che si estendeva per miglia e miglia praticamente senza l’ombra di un uomo. Il corbezzolo, di un verde sempre splendente, il mirto, il lentisco, l’erica e la ginestra, e ancora altre piante grossolane di brughiera, spinose e appiccicose, crebbero fitte e rigogliose, con le cime sempre piegate, frustate dai venti incessanti del mare. Così una bassa e scura jungla di arbusti, alta anche meno di un uomo, si estendeva in alcuni punti delle montagne fin quasi al mare. Qui i cinghiali selvatici vagavano in branchi, le volpi e i lupi cacciavano conigli, lepri e caprioli, gli innumerevoli uccelli di palude e i fenicotteri zampettavano sulle sponde condannate di quel mare, di quelle grandi paludi malaticce. La campagna maremmana giacque così per secoli, con brevi tratti bonificati e qualche zona più elevata molto fertile, e rimase per la più parte una landa selvaggia in cui solo i butteri pasturavano le pecore dove si poteva e i bufali erravano allo stato brado. Nel 1828, finalmente, il Granduca Leopoldo II di Toscana firmò un decreto per la bonifica della Maremma, e di recente il governo italiano ha ottenuto dei magnifici risultati, cosicché grandi appezzamenti di terreno agricolo si sono aggiunti alle risorse del paese, e sono sorte nuove fattorie. Ma restano ancora ampi tratti di prateria.
Correvamo sui solchi erbosi, verso le montagne lontane: dapprima in mezzo al grano, poi attraverso la brughiera, con grandi cornacchie dalla testa grigia che volteggiavano nel paesaggio nudo. Poi oltrepassammo una piccola macchia di lecci, un altro campo di grano e ancora una specie di fattoria deserta, che in un certo senso faceva pensare all’America, con un triste casolare tutto solo nella prateria nuda.
Il ragazzo mi disse che era stato guardiano, cioè mandriano o buttero in questa tenuta. I grandi bovini vagolavano intorno al casale deserto e alla spoglia casupola, all’interno di un recinto di filo spinato. Ma un cartello avvertiva che l’accesso era vietato, per via dell’afta. Mentre passavamo con il calesse il barrocciaio salutò una donna dall’aria afflitta e due bambini. Andavamo di buon passo. Luigi mi disse che anche suo padre era stato guardiano in questa zona, seguito da tutti i cinque figli. Il giovane si guardava intorno con lo sguardo acuto e lontano degli uomini che hanno sempre vissuto in mezzo alla propria terra, isolati e selvatici. Conosceva la zona palmo a palmo ed era felice di essere via di nuovo, fuori da Montalto. Ma il padre era morto, un fratello era sposato e viveva in casa, e a Luigi era toccato andare a servizio del fornaio di Montalto. Ma non era felice: si sentiva in gabbia. Invece, negli spazi aperti della Maremma, si rianimava e riprendeva il suo brio. Aveva vissuto più o meno solo tutta la vita – aveva appena diciott’ anni – e solitudine e spazio erano preziosi per lui quanto per un uccello della prateria.
Le grandi cornacchie incappucciate di grigio volteggiavano tutt’ intorno, e storni si levavano in volo. A parte questo, tutto era silenzio intorno a noi. Luigi ci disse che ora la stagione della caccia era chiusa, ma che avrebbe ugualmente tirato a quelle cornacchie se avesse avuto il fucile. Chiaramente era abituato a portare sempre il fucile quando, a cavallo, andava a far la guardia alle mandrie che pascolano per la Maremma, nei giorni lunghi e infuocati della malaria. Il bestiame non prende la malaria.
Gli chiesi se c’era selvaggina, e disse che ce n’era moltissima ai piedi delle colline – e indicò lontano davanti a noi una diecina di chilometri, dove i monti cominciano a salire. Ora che tanta parte della Maremma è bonificata e dissodata, gli animali selvatici vivono sulle colline. D’inverno, suo padre era solito accompagnare i cacciatori, e a ogni inverno i cacciatori vengono ancora, da Roma e da Firenze, tutti equipaggiati per la battuta, con cani, carabattole inutili e un gran trambusto. Ancora oggi si può cacciare il cinghiale, la volpe, il capriolo -quello vero, non la capra selvatica. Ma il piatto forte è proprio il cinghiale: a Firenze, d’inverno, se ne può vedere di tanto in tanto al mercato l’irsuta carcassa. Ma come tutte le creature selvatiche di questa terra sta diventando sempre più raro. Presto i soli animali rimasti saranno quelli addomesticati, e soprattutto l’uomo, il più domestico e il più prolifico. Allora, addio Maremma!
“Là in fondo !” disse il ragazzo. “Quello è il ponte dell’Abbadia!”. Guardammo nell’ampia conca verdeggiante, e, nel paesaggio vuoto, riuscimmo appena a intravedere una specie di piccolo torrione nero vicino a una macchia. C’era un lungo fossato diritto, forse un canale, e dei lavori di scavo ancora in corso. Erano i lavori di irrigazione promossi dal governo.
Abbandonammo la strada tagliando attraverso certe sterpaglie vicino a dei poveri campicelli d’avena. C’era il rudere della capanna di un vaccaro e nuovi recinti di filo spinato lungo l’argine del grande canale d’irrigazione. Era una novità anche per Luigi. Fece voltare il calesse verso la casa colonica, e chiese a uno dei bambini dov’era il passaggio per attraversare il reticolato. Il piccolo disse qualcosa – Luigi afferrò al volo. Qua fuori, nelle sue zone, era intelligente come un selvatico.
“Cinque anni fa” disse facendo un gesto ampio “non c’era niente di tutto questo. Niente canali, niente recinti, niente avena e niente grano. Era tutta maremma, tutto pascolo brado e non si vedeva nessuno tranne le cornacchie, le bestie e il buttero. Ora il bestiame è stato tutto portato via, queste mandrie sono solo resti. I casali sono tutti abbandonati”. Indicò un grande casalone lontano alcune miglia, ai piedi dei colli più vicini. “Là non c’è più né bestiame, né butteri. Arriva l’aratro a vapore a rompere la terra, la macchina semina  e miete il grano e l’avena, e la gente della Maremma, invece di aumentare, diminuisce. Il grano, ormai, cresce a macchina”.
Andavamo su una specie di tratturo, rotolando giù per un leggero pendio verso un avallamento coperto di cespugli e un antico rudere nero con una torre. Presto ci rendemmo conto che nell’avallamento c’era un burrone molto profondo, pieno di arbusti. Sopra questa gola uno strano ponte si inarcava come un arcobaleno, un ponte stretto e impervio, dall’aria fortificata. Si slanciava sopra il burrone in un’unica alta campata, con la strada incassata come una gronda tra i suoi parapetti sbrecciati, puntando diritto al muro nero di lava del rudere di fronte, che era un tempo un fortilizio di frontiera. Il fiumiciattolo nella gola, il Fiora, era il confine tra gli Stati della Chiesa e la Toscana, e il castello stava a guardia del ponte.
Volevamo scendere, ma Luigi ci fece aspettare intanto che correva avanti a dare un’occhiata. Tornò indietro, rimontò a cassetta e guidò il calesse tra i parapetti del ponte. Era largo abbastanza per il calesse: giusto giusto. Sembrava che i muretti del ponte ci toccassero, era come risalire una specie di grondaia. Molto più in basso, in mezzo alla macchia di arbusti, scorreva il fiume: il Fiora, poco più di un torrente o di un fosso d’acqua piovana.
Oltrepassammo il ponte: in fondo al selciato, il muro basaltico del castello ci sbarrava il passo e la cavallina sembrava andare a sbatterci contro il muso. La stradicciola, tuttavia, girava a sinistra, passando sotto l’arco di una porta. Luigi fu molto abile a condurre il cavallo: c’era giusto lo spazio per girare fuori dall’imbocco del ponte, sotto l’arco, con il calesse che quasi sfregava il muro del castello. Meno male, ce l’avevamo fatta! Superammo di qualche metro il rudere e scendemmo su uno spiazzo erboso che si affacciava sul burrone. Era un posto meravigliosamente romantico. L’antico ponte, innalzato per la prima volta dagli etruschi di Vulci in blocchi di tufo nerastro, si leva nell’aria strano e curvo come una bolla. Una quarantina di metri più sotto, in fondo al burrone pieno di rovi, scorre il torrente, mentre il ponte si staglia nel cielo come un solitario arcobaleno nero, con lo spicco di una forma perfetta da lungo tempo dimenticata. Naturalmente è stato restaurato in epoca romana e medievale, ma resta di un bel dinamismo etrusco.
Addossata al ponte da questo lato, c’è la nera costruzione del castello quasi tutto diroccato, con sterpaglie che spuntano fuori dagli spalti e dalla cima della torre. Come il ponte, è fatto di blocchi di pietra lavica spugnosa, nero-rossastra, ma qui i blocchi sono molto più regolari.
Tutto intorno c’è un senso di vuoto particolare. Il castello, oggi una specie di casale di contadini, non è completamente in rovina. Luigi conosce la gente che ci vive. Oltre un ruscelletto ci sono appezzamenti d’avena, due o tre vacche al pascolo e alcuni bambini. Ma da questa parte, in direzione delle montagne, è un’ unica brughiera di sterpi su cui si inoltra il tratturo, verso le colline e la grande costruzione che avevamo intravisto a distanza in mezzo agli alberi. E’ l’abbadia, il monastero che da il nome al ponte: ma da molto tempo è stato trasformato in una villa. Questa tenuta apparteneva a Luciano Bonaparte, principe di Canino, fratello di Napoleone. Dopo la morte del fratello da queste parti, come un qualsiasi principe italiano. Nel 1928 dei buoi che aravano la terra vicino al castello sprofondarono all’improvviso dentro una tomba in cui vennero ritrovati dei vasi in frantumi. Quest’episodio diede immediatamente il via agli scavi. Era l’epoca in cui l’ “urna greca” era al massimo della popolarità. A Luciano Bonaparte i vasi non interessavano: assunse un sovrintendente per dirigere gli scavi, ordinando che ogni frammento dipinto andasse recuperato, ma che il vasellame comune dovesse essere fatto a pezzi, per evitare il calo dei prezzi sul mercato. Così i lavori procedettero in questo modo barbaro e vennero raccolte ceste su ceste di vasi e di cocci. Il grezzo vasellame nero etrusco veniva sempre fatto a pezzi appena riportato alla luce, mentre un capoccia controllava gli uomini con il fucile. Ancora nel 1842 Dennis poté assistere a questa scena, quando Luciano era già morto da un pezzo. Ma gli scavi andavano avanti per conto della principessa e invano Dennis supplicò il capouomini di tenergli da parte qualcuno dei vasi neri più grossolani: neanche uno! Venivano tutti frantumati per terra, mentre il capo stava a guardare con il fucile sulle ginocchia, pronto a far fuoco. I cocci di ceramica dipinta venivano invece incollati con grande cura da esperti lavoranti della principessa, che metteva in vendita per centinaia di ghinee patere e anfore che prima erano solo manciate di cocci. Le tombe venivano aperte, saccheggiate e subito riempite nuovamente di terra. Tutti i latifondisti del circondario intrapresero scavi e così furono esumati degli immensi tesori. Due mesi dopo aver cominciato gli scavi, Luciano Bonaparte aveva già tirato fuori più di duemila oggetti etruschi da tombe che occupavano si e no un paio d’ettari di terreno. Che li Etruschi abbiano lasciato una fortuna alla famiglia Bonaparte sembra un’ironia della sorte, eppure è andata proprio così. Vulci aveva davvero delle miniere ma di vasi dipinti: le “spose della quiete” di Keats in questo caso tutt’altro che “inviolate”. E le tombe ormai, hanno ben poco da offrire.
Mangiammo il nostro spuntino mentre la cavallina pascolava sull’erba. Mi stupii vedendo sbucare dal nulla dei giovani in bicicletta, quattro o cinque, che correvano a precipizio giù per la pista oltre il fiume, per poi smontare e risalire l’alta curva del ponte, scomparendo infine dentro al castello. Dalle montagne scendeva un uomo a cavallo di un asino: un bel giovanotto con i calzoni di velluto a coste che cavalcava a pelo. Scambiò due parole con Luigi con l’accento basso e sfuggente di queste parti, e proseguì verso il ponte. Dall’altra sponda scendevano verso il ponte due uomini su muli e un contadino con dei buoi, le cui lunghe corna, all’apice dell’ardita sommità del ponte, trafiggevano il cielo. Per essere un posto tanto solitario era davvero piuttosto affollato. Eppure l’aria tutt’intorno era pesante di solitudine e di sospetto. Sembrava di essere nel Medioevo. Chiesi a Luigi di andare a cercare del vino al casale. Mi rispose che non sapeva se si poteva comprare, ma andò lo stesso con semi-barbarica riluttanza, la paura di affrontare un posto estraneo. Presto ritornò a dire che la dispensa era chiusa e non c’era niente da fare. “Allora” dissi io, “andiamo a vedere le tombe! Sai dove si trovano?” Fece un gesto vago nella vastità della brughiera dicendo che erano laggiù, ma che avremmo avuto bisogno di candele. “Allora andiamo a chiedere delle candele dai contadini” dissi. Rispose ancora che la dispensa era chiusa e che candele non se ne potevano comprare. Sembrava depresso e a disagio, come sempre qui la gente quando c’è qualche piccola difficoltà, tanto sono intimoriti e poco fiduciosi gli uni degli altri. Tornammo a piedi al rudere nerastro attraverso uno scuro portale, cui era applicata una saracinesca che dava su un nero cortile diroccato e squallido. C’erano sette, otto uomini rannicchiati o in piedi qua e là con le biciclette lucide appoggiate ai muri diruti. Erano uomini dall’aspetto insolito, tipi abbastanza giovani, tarchiatelli, non sbarbati e sporchi: non contadini, ma qualche specie di manovali, con l’aria di essere stati raccattati nella spazzatura. Era chiaro che Luigi li guardava con diffidenza: non che fossero delinquenti, solamente non li conosceva. Aveva però un amico tra loro: uno strambo giovinotto di circa 20 anni con una maglietta azzurra, attillata e una barba nerissima sulla faccia delicata, un pò da mascalzone, con una specie di sorriso. Questo soggetto venne a gironzolarci intorno, sorridendo a mezza bocca, diffidente e curioso. Quegli uomini avevano tutti lo stesso aspetto: inquieto e come sperduto ma con qualcosa di ineffabile. In realtà era la specie più povera e bizzarra dei nativi della maremma da queste parti. Il cortile del castello era nero e sinistro eppure assai interessante nel suo stato diruto. C’erano alcuni miseri segni di lavoro contadino che sembravano tracce di topi. Una scalinata esterna, un tempo abbastanza imponente, saliva a quella che adesso sembrava essere l’ala abitata, due otre stanze affacciate a picco sopra il ponte. La sensazione di sospetto, quasi di ostilità latente più che attiva, era talmente forte che uscimmo subito fuori e ritornammo sul ponte. Luigi, incerto, disse qualcosa sottovoce all’amico con la barba nera e gli occhi accesi: sembrava che tutti quegli uomini avessero occhi neri e lustri, con un luccichio da topi. Ruppi il silenzio: “Chi sono tutti quegli uomini?”. Borbottò che erano manovali e scavatori. Ero curioso di sapere che razza di manovali e scavatori potessero esserci, in quel deserto. Allora mi spiegò che lavoravano alle opere di irrigazione e che erano venuti alla dispensa per prendere la paga e comprare la roba – era sabato pomeriggio – ma il fattoretto che teneva la dispensa e che vendeva il vino e altri generi agli operai non era ancora venuto a aprire e al momento non si poteva comprare niente. Veramente Luigi non spiegò proprio tutto questo ma capii al volo non appena disse che erano operai dell’irrigazione.
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A questo punto noi e il nostro bisogno di candele eravamo diventati parte del paesaggio. Chiesi a Luigi perché non provava a domandarle ai contadini. Disse che non ne avevano. Fortunatamente, una donna dall’aspetto un pò sporco, apparve ad una delle finestre in alto, sul muro nero. Le chiesi se poteva venderci una candela. Si ritirò per pensarci su – poi tornò per dire sgarbatamente che ci volevano 60 centesimi. Io le tirai una lira e lei ci buttò giù una candela. Era ora! Allora il ragazzo barbuto disse con l’occhio lustro che ce ne voleva più d’una. Chiesi alla donna di darcene un’altra e le tirai 50 centesimi mentre si stava decidendo a renderci il resto della lira. Ci buttò giù un’altra candela. Io e Brewster c’incamminammo verso il carretto con Luigi. Ma vedevo che c’era ancora qualcosa che non andava. “Lo sai dove sono le tombe?” gli chiesi. Fece di nuovo un gesto vago: “Laggiù in fondo!”. Ma non era convinto. “Non sarebbe meglio prendere uno di quegli uomini come guida?” gli dissi, per ricevere l’immancabile risposta: “A piacere vostro”. “Se non conosci bene la necropoli” gli dissi “cerca qualcuno che venga con noi”.Ma esitava ancora con la muta incertezza di questa gente. “Cerca qualcuno in ogni caso” dissi, e si avviò controvoglia. Ritornò assai sollevato con il colono, un maremmano tarchiato ma forte, sulla quarantina, con la barba lunga ma non sudicio. Il suo nome era Marco, e aveva messo su la giacca migliore per accompagnarci. Era tranquillo e dall’aria decisa, di un biondo castano – non uno di quegli strani tipi corvini nativi di qui, quelle curiose sagome un pò tozze e gonfie. Un suo figlio, di circa 13 anni, lo accompagnava e si appollaiarono sul dietro del calesse. Marco indicava la strada mentre sobbalzava sul tratturo, poi lungo una pista appena tracciata in mezzo alla brughiera di erica tenace. Un tipetto con gli occhi neri ci seguiva in bicicletta. Oltrepassammo sulla sinistra un piccolo accampamento di capanne stagionali fatte di assi, con le donne che uscivano fuori a guardare. Lungo la pista c’erano enormi sacchi di carbone, e carbonai tutti neri, appena scesi dalle colline per il fine settimana, spuntavano fuori a guardarci. I muli e i cavalli se ne stavano fermi, a testa bassa. Questo era il campo invernale dei carbonai. Tra una settimana o due, mi disse Marco, lo avrebbero abbandonato e sarebbero ritornati in montagna, al riparo dalle febbri che cominciano in maggio. Certamente erano una squadra dall’aria robusta, anche se un tantino selvatica. Chiesi a Marco se lì c’erano molte febbri, intendevo la malaria. Lui disse: “Non molte”. Gli chiesi se aveva mai avuto degli attacchi e disse “No, mai”. Infatti aveva l’aria robusta e forte, con una specie di energia sotterranea ma esplosiva. Eppure c’era una certa immobilità, un’aria consunta sul suo viso un pò pallido e affaticato che faceva pensare alla malaria.
Chiesi a Luigi, il barrocciaio, se aveva mai avuto le febbri. Dapprima disse di no, poi ammise di avere avuto qualche piccolo attacco ogni tanto, il che era evidente, glielo si leggeva sulla faccia piccola e giallastra, il male lo aveva roso dentro. Ciò nonostante anche lui, come Marco, aveva un’energia forte e maschia, più di quanta ne hanno di solito gli italiani. Verso sinistra, oltre il poggio, spuntavano grandi montagnole piatte, grandi tumuli, più grandi di quelli di Cerveteri. Chiesi a Marco se erano quelle le tombe. Disse che erano i tumuli della Cuccumella e Cuccumeletta – ma che prima saremmo andati a vedere le tombe vicino al fiume.
Scendemmo una scarpata rocciosa verso il ciglio del burrone che era, come dappertutto, pieno di arbusti. Dietro a noi sulla destra, oltre la brughiera che avevamo appena attraversato, spuntava la torre solitaria del castello che sembrava ormai molto lontana. Al di là del burrone c’era un lungo poggio incolto, tutti sterpi, e ancora più giù, lungo il fiume, c’erano le opere d’irrigazione. La campagna era tutta deserta e dall’aria abbandonata, eppure con quella particolare, quasi fatale nota pungente dei posti dove la vita un tempo è stata intensa. “Dove si dice che fosse la città di Vulci?” chiesi a Marco. Fece un cenno verso la lunga e bassa collina oltre il fiume, sulla sponda opposta del burrone. Supponevo che fosse proprio là, visto che da questa parte ci sono le tombe. Per essere una città etrusca sembrava molto bassa e indifesa: così aperta al resto del mondo! Mi immaginai che dalla parte del mare avesse fatto affidamento su delle mura e verso l’entroterra fosse stata difesa dal burrone. Chiesi a Marco se là era rimasto qualcosa, qualche traccia del percorso delle mura. Disse: “Niente!” Evidentemente non era una città molto grande come Caere e Tarquinia, ma era pur sempre una delle città della Lega, e anche molto ricca a giudicare dalle migliaia di vasi dipinti ritrovati nelle sue tombe.
La discesa tra le rocce era troppo impervia. Scendemmo dal calesse e proseguimmo a piedi. Luigi lasciò il cavallo e Marco ci condusse fino a un recinto di filo spinato. Mai e poi mai avremmo potuto trovare la strada da soli. C’infilammo nel mezzo di un reticolato che Marco teneva un pò aperto con mani esperte e sbucammo sulla parete rocciosa del burrone, ricoperta di rovi. Dalle sponde del fiume crescevano arbusti, con un pò di verde splendente tra le foglie. Scendemmo un sentiero scosceso oltre il corridoio d’ingresso a una tomba sbarrata da un cancello di ferro e da filo spinato. Sembrava la caverna di un eremita, ma le erbacce erano già cresciute tutt’intorno, pronte ad inghiottirla di nuovo. Facendoci largo a zig zag tra gli sterpi e i massi staccatisi dalle pareti del burrone, giungemmo alle porte delle tombe scavate nel fianco della rupe. Un tempo devono essere state una bella schiera, tutta una fila di abituri rupestri con un bel sentiero davanti, lungo la parete della forra. Ma ora non sono che oscuri cunicoli, grotte tenebrose in cui bisogna incunearsi tra mucchi di terra smossa.
Una volta dentro con le tre candele – anche il nero giovanottino della bici aveva un moccoletto – ci ritrovammo in scure tane da lupi con ampie camere disposte una dietro l’altra come a Cerveteri, panchine di roccia umida per i cadaveri e lugubri bare di pietra lunghe poco più di due metri, lasciate là alla rinfusa, tra detriti e massi franati. In alcune di esse si trovano ancora ossa e ceneri umane, sparpagliate e squallide. In queste camere umide e nere non c’è niente da vedere: o sono completamente spoglie oppure ci sono ancora sarcofagi grandi e rozzi, detriti in frantumi e terra di riporto lasciata là, nell’oscurità macabra e umida.
A volte bisognava penetrare nelle tombe strisciando sulla pancia sopra mucchi di detriti, calandoci nei buchi come topi, mentre i pipistrelli ci venivano a sbattere in faccia alla cieca. Una volta dentro avanzavamo a tentoni nella penombra da una camera all’altra in mezzo a enormi frammenti di roccia e massi spezzati. In ogni tomba ci sono quattro, cinque e perfino più camere scavate nella viva roccia in modo da assomigliare a case con le ali spioventi e il trave centrale del tetto. Dai soffitti penzolavano sciami di irsuti pipistrelli bigi, come enormi grappoli pelosi. Non mi sarei mai accorto che erano vivi finché non vidi l’ometto della bici mettere la fiamma sotto uno dei grappoli bruciacchiando il pelo delle creaturine in letargo. Le membrane delle ali presero allora a sbatacchiare e pipistrelli intorpiditi e mezzo morti cadevano dal soffitto, svolazzando raso terra verso l’uscita. Il moretto si divertiva a dargli fuoco: lo feci subito smettere e lui, intimorito, li lasciò in pace. Era uno strano individuo – abbastanza basso, tondo e gonfio, i capelli neri, la faccia olivastra e gli occhietti scuri da pipistrello, caratteristici di questa zona. Aveva forse vent’anni e sembrava un muto animale da tana. S’intrufolava nei buchi in modo singolare con le natiche flaccide e tonde che sporgevano all’indietro proprio come una strana bestia. Notai che il dietro delle sue orecchie era tutto ruvido di piaghe e croste, chissà se per la sporcizia o per qualche strana malattia-. Tuttavia aveva un’aria sana e vivace, perfino ignara dello stato delle sue orecchie, di incoscienza animale. Marco, che era un tipo un pò più evoluto, conosceva l’itinerario molto bene e ci condusse arrancando, strisciando e brancolando di tomba in tomba, in mezzo all’oscurità, ai detriti, ai pipistrelli e all’umidità, poi ancora tra gli sterpi del finocchio e i rovi del ciglio del burrone e di nuovo giù in qualche altro buco. Ci mostrò una tomba da cui appena l’anno scorso hanno tirato fuori una grande statua di pietra – m’indicò il punto esatto dove era collocata, nella camera più interna, con la schiena rivolta al muro. Mi raccontò anche di tutti i vasi, perlopiù in cocci che lui stesso aveva trovato sulle banchine di pietra. Ma ormai non c’è più niente, e io ero stanco di infilarmi in queste spelonche, una più raccapricciante dell’altra, piene di umidità e di grandi massi franati. Non è rimasto niente di vivo o di bello – niente. Fui sollevato quando arrivammo agli ultimi scavi, più oltre si vedeva solo il costone della forra coperto dalla macchia dei rovi, dai finocchi e da alte sterpaglie. E’ probabile che la dentro vi siano nascosti ancora molti vasi e molte bare di marmo – ma lasciamoli pure dove stanno. Ritornammo per la stessa strada lungo il sentiero, arrampicandoci di nuovo sul pianoro soprastante. Appena arrivammo al corridoio d’ingresso della tomba chiusa con il cancello, Marco disse che lì c’erano ancora dei dipinti e altri oggetti. Probabilmente era la famosa tomba Francois, con affreschi che sono anche ricopiati nei musei vaticani. Fu aperta durante gli scavi di Alessandro Francois nel 1857 ed è una delle poche, pochissime tombe dipinte ritrovate a Vulci. Cercammo invano di entrare. Senza forzare la serratura. Era impossibile. Naturalmente, in questo genere di spedizioni, uno dovrebbe armarsi di permesse ufficiali, ma significa avere dei funzionari che ti ballonzolano intorno tutto il tempo. Risalimmo quindi all’aperto, e Luigi ci fece montare sul calesse: la cavallina ci trascinò a strattoni fino ai tumuli che volevamo vedere. Sono grandi montagnole erbose, piene di cespugli, sembrano colline basse e rotonde. La fascia in muratura della base, semmai c’è stata, è comunque ormai sepolta.
Marco ci guidò per il corridoio infestato di rovi che porta all’ingresso del tumulo. Anche questo passaggio è già quasi del tutto ostruito, coperto dalle sterpaglie, e si deve strisciare come conigli sotto ai rovi spinosi. Finalmente si arriva all’ingresso vero e proprio della tomba. Qui ancora nel 1839 due misteriose sfingi di pietra stavano a guardia dell’entrata. Ora non c’è niente. A guardia degli stipiti, dentro i corridoi, un tempo erano posti dei leoni o dei grifi. E ora, che cosa troveremo, seguendo nello stretto passaggio tortuoso la luce della candela?
E’ come una miniera, con angusti cunicoli attorcigliati, dal nulla verso il nulla. Non era rimasto un granché delle candele, appena quattro moccoletti. Marco ne lasciò uno a bruciare all’incrocio dei cunicoli come punto di riferimento, poi continuammo a girare in tondo, sempre un pò curvi, con gli sciami dei pipistrelli appesi al soffitto che ci sfioravano il cappello mentre avanzavamo uno dopo l’altro rinchiusi in quegli stretti cunicoli di pietra, che non hanno mai portato da nessuna parte e che non sono mai serviti a niente. Ogni tanto c’era una nicchia che si apriva nel muro – tutto qui. Sicuramente ci doveva essere una camera funeraria centrale, alla quale dovevano condurre tutti i corridoi, ma non la trovammo. Marco sosteneva che non ci fosse niente del genere – il tumulo era tutto cunicoli e nient’altro che cunicoli. Ma Dennis dice che nel 1829, quando la tomba fu aperta, furono trovati nel cuore del tumulo due piccole camere, da cui si innalzavano due pilastri in pietra che arrivavano fino all’apice del monticello, e probabilmente servivano da sostegno a dei grandi monumenti, forse dei cippi fallici, mentre sul pavimento c’erano frammenti di bronzo e oro sottile. Ma ora non si vede più niente: il centro del tumulo è senza dubbio franato. Sembrava di cavarci una tana nel cuore di un’antica piramide posto che il tumulo fosse davvero una tomba, era completamente diversa da qualsiasi altra che avessimo visto. Senza dubbio, il nocciolo racchiuso da un guscio così grande doveva essere la sepoltura di una molto, molto importante – almeno quanto un faraone. Gli Etruschi erano gente strana e questo tumulo fatto tutto di cunicoli che si aggrovigliavano all’infinito, senza tombe secondarie, deve essere una reminiscenza dell’età preistorica o delle piramidi egizie. Quando cominciammo ad averne abbastanza di girare in tondo per cunicolo che non vanno da nessuna parte, uscimmo fuori facendoci largo tra i rovi ben contenti di rivedere di nuovo il cielo aperto. Ci ammucchiammo tutti sul calesse e la cavallina ci tirò generosamente fino al tratturo. Il moretto pedalava silenzioso davanti a noi sulla sua bicicletta per aprirci il cancello. Guardammo ancora una volta indietro verso il grande tumulo della Cuccumella, che mani ormai morte avevano eretto tanto tempo fa scaricando terra di riporto sopra due piccole camere mortuarie, un cumulo ancora oggi misteriosamente appariscente sullo sfondo piatto della maremma. Davvero uno strano, strano frutto con un nocciolo di perpetuo mistero! E pensare che un tempo si ergeva gentile come un grande seno di donna, sormontato dai boccioli in pietra dei cippi! E tutto troppo, troppo incomprensibile! Mentre lasciamo tutto questo dietro le spalle, il calesse sobbalza ancora su questa terra di tombe saccheggiate. C’è qualcosa di lugubre a Vulci, qualcosa di molto bello. Nel piccolo accampamento di carbonai si preparavano a lavarsi la faccia per la domenica. Le donne si fermavano a sorriderci mentre passavamo sulla prateria. “Oh, quanto ti sei fatta grassa!” gridò Luigi a una donna rotonda e sorridente. “Tu no, però, eh!” gli fece quella, di rimando. Al ponte salutammo Marco e il suo ragazzo, poi scavalcammo l’arco ancora una volta. Giunti sull’altra sponda Luigi voleva bere, così io e lui ci aprimmo la strada verso la fonte, una vecchia sorgente dal fievole stillare, e bevemmo acqua fresca. Il fiume scorreva più sotto. Sopra di noi il ponte inarcava il suo nero, aereo arcobaleno, e udivamo le grida dei mulattieri che guidavano le bestie su per la campata. Su questo vecchio ponte una volta passava un acquedotto, ed è curioso vedere un ammasso di stalattiti che pende come una barba dal lato che guarda le montagne. Ma l’acquedotto non c’è più e lo stesso grumo fangoso di stalattiti si sta sbriciolando. Tutto passa! Ci arrampicammo di nuovo, poi sul calesse, e la cavallina partì al trotto, veloce. Superammo il giovanotto sull’asino con i calzoni di velluto – un contadino dei monti, spiegò Luigi. Degli uomini a cavallo che andavano verso le colline ci venivano incontro da Montalto. Era sabato pomeriggio, la brezza di mare soffiava tesa sulla maremma e gli uomini venivano via dal lavoro a cavallo, a dorso di mulo e su asini. Alcuni portavano in collina dei muli carichi. “Sarebbe una bella vita” disse a Luigi “stare qui, prendersi un cavallo, una casa sulle colline e del terreno intorno, se non ci fosse la malaria”. Allora, dopo aver appena finito di confessarmi che la malaria è ancora un fatto piuttosto serio, che gli adulti raramente la scampano anche se i bambini sono spesso immuni, e che Montalto è addirittura tra le località più colpite, e inoltre ha delle strade che diventano impraticabili quando piove molto, da rimanere tagliati fuori – Luigi tutto a un tratto cambiò musica. Prese a dire che le febbri erano scomparse quasi del tutto, che d’estate la gente veniva a Montalto a fare i bagni e che si potevano affittare sulla spiaggia certi casottini di canne. Le strade erano sempre a posto – “sempre!” – e non si poteva certo venire contagiati dalla malaria se si era ben nutriti, con un bel pezzo di carne ogni tanto e un buon goccio di vino! Desiderava davvero che venissi a stabilirmi in qualche casale abbandonato ai piedi delle colline, e certo che avrebbe badato ai miei cavalli: saremmo andati a caccia insieme – anche fuori stagione, tanto chi è che viene a prenderti? Brewster sonnecchiava leggermente mentre avanzavamo sobbalzando. Ma anche il nostro era un sogno: certo che mi sarebbe piaciuto, se solo non avessi avuto paura della malaria! E sicuramente avrei preso Luigi per badare ai miei cavalli. Non era di gran bell’aspetto ma coraggioso, riservato, solitario e sicuramente onesto, assai più uomo della gente di paese o di quei contadini buoni solo a sgobbare. Di Vulci, avevamo visto tutto quello che si poteva. Se però si vuole vedere quello che gli Etruschi vi seppellirono bisogna andare al Vaticano, al museo di Firenze o al British Museum di Londra. La si possono vedere vasi, statue, bronzi, sarcofagi e gioielli. Nel British Museum è conservata la maggior parte del corredo della famosa tomba di Iside, in cui giaceva sepolta una donna che Dennis riteneva certamente egiziana, a giudicare dalla statua così diritta e rigida, dall’idoletto di Iside, dalle sei uova di struzzo e altri oggetti d’importazione finiti con lei nella tomba perché potesse apparire nella morte il più possibile simile a ciò che era stata nella vita. Questo era il credo degli Etruschi. Come fu che la dama egizia arrivò a Vulci? Come mai venne seppellita proprio lì? Insieme a una donna dell’antica Etruria, nella parte della necropoli di Vulci che ora è detta Polledrara? Chi può dirlo? Tutto quello che rimane di lei è ora al British Museum, Vulci non ha più niente. Possiamo almeno star certi che non fosse affatto egizia: è il Dennis che considera egizio qualsiasi oggetto di provenienza mediterranea orientale. E’ andata così: il sito dell’antica Vulci fu dimenticato dall’epoca romana fino al 1828. Una volta ritrovato,le tombe furono presto saccheggiate dai proprietari terrieri, ciò che vi era di prezioso fu portato via, e poi furono tutte nuovamente richiuse e abbandonate. Ma le migliaia di vasi che gli Etruschi avevano raccolto con tanto amore e deposto accanto ai loro morti, dove sono? Molti esistono ancora, e sono dappertutto, fuorché a Vulci.

 

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